Carnevale e maiale: storia di un connubio

Il periodo carnevalesco tra scherzi, suoni e riti sociali.

Il Carnevale si è caratterizzato, fin dai tempi antichi, come un momento di sfrenatezza ed eccesso prima del digiuno e della penitenza della Quaresima.

Tipica di questo periodo è una tradizione ancora viva a Rotondella e nel resto dei paesi lucani: l’uccisione del maiale. E’ questo un animale che si è particolarmente legato alla Lucania, spesso utilizzato come sinonimo di sporcizia, ingordigia e peccato. Ma perché la storia di questo animale, che in passato era anche simbolo di fecondità e attributo di divinità e santi (ad esempio Demetra e Sant’Antonio Abate), si è così intrecciata con quella della Lucania? La risposta è da ricercare ovviamente nel passato.

E’ soprattutto dall’età romana che il maiale acquista una valenza primaria nell’economia lucana. Marco Terenzio Varrone nel “De lingua latina” scrive “quod fartum intestinum crassundiis, Lucanicam dicunt, quod milites a Lucanis didicerint”. Lo scrittore (I sec. a.C.) indicava un tipo di salsiccia così chiamata dai soldati romani (“Lucanica”) in quanto la sua preparazione è appresa dai lucani. Secoli dopo, l’imperatore Aureliano, di fronte alla crisi del vacillante impero romano, introdusse un provvedimento legislativo che tassava la Lucania sotto forma di carne porcina.

L’allevamento del maiale ha continuato a rappresentare la principale fonte di sostentamento per la comunità anche nei secoli successivi e fino a pochi decenni fa. La sua uccisione era considerata un rituale a tutti gli effetti, che si tramutava anche in un momento di condivisione sociale. Ogni parte dell’animale veniva sfruttata, e non solo per preparare l salsicce e soppressate: persino il sangue non veniva sprecato perchè utile a preparare una gustosa crema sostituente del cioccolato, nota come “sanguinaccio.

U cup’ cup’, strumento tipico del Carnevale lucano

Perché del maiale, come si è soliti tuttora ricordare, non si getta via niente. Un detto che fa ben comprendere lo spirito di adattamento e arrangiamento con cui i lucani da sempre hanno dovuto fare i conti. Durante i giorni del Carnevale era poi consuetudine recarsi a sorpresa a casa di amici e conoscenti, in particolare dopo l’uccisione del maiale, a “portare” canti e serenate. I canti erano accompagnati dal cup’ cup’ (altrove coniugato al femminile). E’ questo lo strumento musicale tipico del carnevale lucano, ricavato dalla vescica del maiale, il cui suono sembra quasi riecheggiare il grugnito del maiale. Così, tra scherzi musica e allegria, si chiedeva  al padrone di casa ospitalità e assaggio della carne preparata. Un modo, anche questo, per “accorciare” le distanze sociali tra famiglie benestanti e famiglie più indigenti.

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Autore dell'articolo: Giambattista Mauro